Un sabato italiano
- José Marceca
- 24 giu 2017
- Tempo di lettura: 3 min

Sabato, 06:00 am. E’ sempre piacevole affacciarsi alla luce tenue dell’alba e ascoltare lo stridio dei gabbiani che volteggiano leggeri su piazza Vittorio nel vento leggero del mattino. Il venerdì non si dorme. La notte trascorre lenta tra procedure operative e clienti tardivi. Aspetto l’arrivo della collega alle otto, passo le consegne e telo. Per dormire c’è tempo, dopo un pranzo fugace e prima di farmi il turno pomeridiano del sabato. Adesso giusto il tempo di passare da casa a mettere un costume e via in spiaggia, a sonnecchiare sotto il sole. La giornata è appena iniziata, eppure ho già fanculato Piccolo Cesare (con le iniziali maiuscole solo in omaggio allo splendido romanzo), un omuncolo ignobile che sta nel mio stesso condominio. L’ho fanculato (tra me e me, come facciamo tutti, noh?) perché è proprio un tappetto pezzo di merda, e lo ha dimostrato in svariate occasioni. E comunque gli ho tenuto aperto il portone perché aveva le mani occupate dai sacchetti della spesa. Esco e, voilà, il Piccolo cesare i fanculo se li merita proprio tutti. Pur avendo svariato spazio a disposizione ha messo la macchina nel posto per disabili, peraltro messo li per mia madre. Salgo in auto e parto. In spiaggia c’è vento, ma non tanto da guastare il leggero abbiocco che mi prende dopo la notte insonne. Non mi fermo tanto, giusto il tempo di lasciarmi ricaricare le batterie dal sole caldo e di fanculare un paio di arzille vecchiette che si sono fatte mettere l’ombrellone a meno di un metro dal mio lettino, lasciandomi le gambe in ombra. Ordinaria amministrazione, come le bestialità che ascolto dalla gente attorno a me. Ne ho abbastanza, raccolgo le mie cose e vado. Ieri ho terminato di leggere per la terza volta “Non è un paese per vecchi” di Cormack McCarthy e iniziato con qualche tentennamento un nuovo libro, un thriller politico di Frank Schatzing. Non so perché spesso cerco rifugio in libri che ho già letto, forse perché è sempre più difficile lasciarsi emozionare dalle cose nuove. Faccio un appunto mentale di leggere altre cose di McCarthy che mi mancano, mi piace lo stile asciutto di questo scrittore, la sua prosa densa come pece. In bagno, seduto sul water, apro Facebook, quasi le uniche occasioni in cui lo faccio, e ancora una volta mi incazzo nel leggere i vari post sulle vicende politiche che stanno ridicolizzando la mia città. Ecco, qui si che ci sarebbe da fanculare. Non posso credere che tante e presumibilmente intelligenti persone diano credito a certi soggetti corrotti, spietati, vendicativi, abbietti, meschini. Entità indifferenti al reale benessere della città, pronti a mostrare nel momento topico il Vero Volto. Lupi travestiti da agnelli. E noi, amici, conoscenti, cittadini, gente comune, ci ritroviamo a schierarci per questooperquello, e con fervore spesso difendiamo gli indifendibili. Io non mi schiero neperquestoneperquello, perché mi fanno tutti cagare, indifferentemente, e questa reazione se la conquistano ogni giorno di più. Ma arriva un momento in cui si dovrebbe per forza scegliere il male minore, dare spazio alla pura razionalità, ascoltare la voce della ragione. Ma neanche per il. Quanti acuti conoscitori delle meccaniche politiche, quante assurde motivazioni per giustificare scelte disastrose e ingiustificabili. Cazzo c’entra il partito, quello può anche stare sui ball, ma davvero davvero amici, conoscenti, bella gente varia sostenete che il commissariamento della città è meglio di un eventuale sindaco che non sembra certo peggio di altri looschi figuri? Ma davvero davvero vogliamo (volete) insistere sulle posizioni di un malaffare che continua da sempre a corroderci da dentro? Un drago a sette teste pervicacemente fermo nella volontà di fotterci tutti? E dire che viviamo in un paradiso. Con una corretta amministrazione, con una reale volontà di rinnovamento, mettendo in gioco gente dagli ideali all’avanguardia, ci vorrebbero meno di dieci anni per dare al nostro territorio una nuova identità internazionale, con un turismo realmente produttivo, e una molteplicità di servizi che aprirebbero infinite opportunità di ulteriore sviluppo. Potremmo veramente far brillare di nuova luce luoghi che risplendono già di luce propria. Potremmo essere competitivi con i migliori e più blasonati posti al mondo. Potremmo. Invece, oggi, ventiquattro giugno duemiladiciassette, difendiamo ancora loschi dezi, personaggi che fanno uno per fottersi dieci, come è accaduto in passato. Ma noi nenti sapemu, ma chi dici? Io continuerò a scrivere poco e parlare ancora meno...






























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