Il Festival di Sanremo (non) visto da un critico brontolone
- José Marceca
- 7 feb 2020
- Tempo di lettura: 4 min

Evabbè, mi dico, almeno la serata con i brani celebri reinterpretati voglio provarci a vederla, se non altro per risentire qualche bella canzone degli anni passati (considerando che le nuove, di canzoni, tranne qualche eccezione, non mi dicono nulla). In fondo la storia insegna che tantissimi classici, di tutti i generi musicali, sono stati rifatti nel tempo da diversi interpreti capaci di non far rimpiangere le versioni originali. E mi tornano in mente una valanga di cose come i grandi gruppi beat italiani, tanto rock, jazz, soul, funky. Insomma, il concetto è chiaro. Complice quindi il fatto che ieri è stata una di quelle serate in cui ero televisivamente abbastanza irrequieto (nonostante la mia amata Xuxa abbia desistito dall'acciambellarsi sulle mie gambe costringendomi a stare immobile per la sua beata comodità), mi sbraco sul sofà e all'ora data pigio sul telecomando 501. Meno male, stasera sembra non esserci l'entertainer-a-cui-tutto-è-permesso, partiamo bene. Amadeus garbato e professionale come al solito (peccato per quei forzati siparietti pseudodivertenti, però capisco, bisogna farlo, il pubblico gradisce, e i dirigenti hanno già approvato la scaletta). La zita di Ronaldo, che te lo dico a fare, statuaria e meravigliosa, in fondo è un bel vedere. Poi comincia la kermesse. E nientedimeno la fanno aprire al cantante mascherino-senza-maschera? Che in apertura mi deturpa Vasco? Noddai. Non ce la faccio, scusate, facciamo un giro.... Scappa (get out) su Italia Uno, per favore, mi fanno incazzare questi falsi horror assurti agli onori della critica solo perché a tipo che sviscerano "problematiche sociali". Ma per favore. Canale 56, auto fantastiche, stasera no (solo 10 minuti sul nuovo suburban Lamborghini, roba per pochi). Cine 34, un film minore, non mi va. Torniamo sul Festival. Che? Anastasio che distrugge Spalle al muro? E per farlo (malamente) scomoda nientedimeno che la PFM. Pietá. Cambio. Riprovo. Rancore (orrore) con chi? La rappresentante di lista? E chi sarebbe? Come lo definiscono, Rap? E parlano di arte riferendosi a tipi come questi? Cosa? Ancora questa storia delle "probbbblematiche sociali? Ceerto, dei problemi bisogna parlarne, anche attraverso la musica, ma questa non è musica, non è arte, non è niente! E ne ho avuto la prova dopo aver ascoltato Raphael Gualazzi. Acciderba. Questo è stile, questo è garbo. Questo è rispetto per la musica. Chapeau (non si usa più dirlo? E chi se ne frega delle mode?). Mi sono perso Pelú mavabbé, mi sono perso quella strafi di Elettra, per la quale ho grande simpatia, mavabbé (ma non ti stavano tutti sul ? Non tutti tutti. Come nella vita reale, QUALCUNO si salva). E mi sono perso un sacco di altre esibizioni, perché quando è arrivato il turno di quell'altro-a-cui-tutto-è-permesso (come stritolare gli attributi di Pippo Baudo o buttare a terra Raffaella Carrá), introdotto con tutti gli onori manco fosse Marco Antonio al suo ingresso in Egitto, ho capito che non era proprio cosa. Il tipo in questione mi tira in ballo nientemeno che le Sacre Scritture, mettendo l'accento (con una SUA interpretazione peraltro, e senza approfondimenti assolutamente indispensabili in tematiche di tale portata) su aspetti di certo più trascurabili, rispetto al Messaggio primario nonché Scopo, per il quale la Bibbia fu ispirata e scritta, e cioè la Salvezza del genere umano e la sua possibilità di riscatto attraverso la fede in Dio, grazie al sacrifico del Suo unico figlio, Gesù. Altro che passione carnale, baci eccetera eccetera. Queste sono cose belle che piacciono e interessano a tutti, ecchenoh? Ma è tutta un'altra storia. parla di Dante, che è meglio. Certo che tu ce la metti tutta per essere impopolare, mi dice il mio amico Alex quando mi chiama dagli States. Lui è un italiano che vive da quarant'anni in america e scrive di musica e libri sul California Sunday Magazine. Con Alex Marinetti abbiamo una empatia speciale, non c'è la necessità di dissimulare gli stati d'animo, tantomeno di nascondersi nulla, ci capiamo al volo. In realtá lui si chiama Alias, nome datogli dal padre appassionato tanto di fantascienza quanto di strani esplosivi mix di Sativa e Indica preparati per lui e pochi altri eletti da un paio di tipi californiani che hanno portato la qualità della cannabis a livelli stellari. Alias, anzi, Alex, di canne non se ne fa più, e neanch'io del resto, e quindi siamo entrambi più lucidi e spassionati, nei nostri giudizi. Ride, lui, quando gli racconto degli stronzi con i quali mi tocca a volte di dover ragionare, e ride ancor di più quando gli manifesto la mia repulsione per quasi tutto ciò che è "di moda" e "di tendenza", e per l'indistinguibile marasma politico oramai uniformemente a livello fogniario, e si sbellica quando, tutte le volte che ci sentiamo, andiamo a finire sulla solita equazione cuore/amore altrimenti ciccia, soloilsessononmiinteressa. Che poi mi interesserebbe anche, altroché! E' che se non si accendono le lucine nel pannello di controllo.... Ma Alias, anzi, Alex, non è con me al telefono adesso, sennò mi rinfaccerebbe, come sempre fa, di non aver preso quell'aereo con lui, trentadue anni fa. Dice che avrei avuto i numeri per fare carriera come lui, in America. Ha stima di me, lui, e io vorrei aver avuto avuto il suo coraggio. E adesso sono qui, cercando a mia volta di non perdere del tutto la stima di me rimastami e aggrappandomi all'illusione che magari le solite due (o forse tre) persone avranno avuto la curiosità di leggere il mio sfogo fino in fondo. Peace and Love






























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